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sviluppo personale, formazione, coaching
 


Archive for July, 2007

07 24th, 2007

E’ noto ai più che non sfruttiamo completamente le potenzialità di quella massa grigia che abbiamo tra le orecchie.

Ma cosa accadrebbe se avessimo direttamente un cervello molto più piccolo, visto che comunque tutto non lo usiamo?

Magari ci comporteremmo come questo signore che, nonostante abbia un cervello grosso un decimo rispetto alla norma, non lo ha mai saputo e, di conseguenza, non ha mai vissuto la cosa come un problema!
(come quando si diceva che il calabrone vola solo perché ignora che, stando alla fisica, non sarebbe in grado di farlo)

07 19th, 2007

Come già accennato in un post precedente fare jogging non mi entusiasma particolarmente.

Ci sono due modi, fondamentalmente, per affrontare tutte quelle attività che non ci piace svolgere senza continuare a soffrirne:

1. trovare il modo di farsele piacere (modificando la percezione che ne abbiamo; ad esempio lavorando sulla soddisfazione dei bisogni robbinsiani).

2. non farle del tutto.

Tra le due opzioni la seconda mi piace decisamente di più!

Per quanto riguarda il jogging, sana ed utile attività aerobica, l’ho semplicemente sostituito con un’altra pratica altrettanto efficace ma molto meno noiosa: il pattinaggio.
Ebbene sì, il caro vecchio, semplice pattinaggio a rotelle o, per dirla come gli americani, roller skating.

I vantaggi di questo sport sono molteplici:

- stessi vantaggi della corsa in termini di calorie bruciate e riduzione dei grassi (io devo aver pattinato tantissimo in qualche vita precedente ;-) )

- allenamento aerobico completo, allena il cuore e rinforza i muscoli delle gambe

- richiede, a mio avviso, una maggior coordinazione dei movimenti e, soprattutto, maggior equilibrio rispetto a quando si corre (e si va molto più veloci!)

- infine, ed è uno dei motivi per me più importanti, riduce fino al 50% lo stress da impatto sulle articolazioni rispetto alla corsa.

Pattinando infatti il peso del corpo si sposta completamente solo quando il piede è già completamente appoggiato al suolo (e non tutto insieme come nelle falcate della corsa). Questo significa sollecitazioni molto limitate per caviglie, colonna vertebrale e sopratutto ginocchia (menischi e legamenti superstiti ringraziano :-D ).

Approfittando della bella stagione il pattinaggio è l’ideale per recarsi in palestra, come riscaldamento, e per tornare dalla palestra, come defaticamento.
Aiuta anche il fatto che qui a Vicenza trovo sempre pochissimo traffico o marciapiedi grandi se non addirittura piste ciclabili (anche se nulla può sostituire le pattinate in spiaggia a Newport Beach in California: sembrava di stare dentro il Baywatch!)

Jogging Jogging
Correre per stare bene
Nirodh Fortini

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JOB STRATEGY

Author: helga
07 11th, 2007

Sul Corriere di Venerdì 6 luglio c’era un articolo dal titolo “Il vicolo cieco del curriculum” in cui Luigi Covatta cita la storia di Patrizia De Pasquale, un ingegnere elettronico con tanto di master in Business Strategy e un’esperienza come progettista di call center.

La dott.ssa De Pasquale avrebbe spedito la cifra record di ottomila cv dal 2001 ad oggi.
Risposte? Solo tre!, di cui l’ultima veramente ridicola: una proposta di lavoro come operatrice call center. L’articolo di conclude con le accuse del giornalista nei confronti della rete dei servizi per l’impiego e più in generale nei confronti del nostro sistema che non riconosce e premia i talenti.

Ora, concordo perfettamente con le considerazioni del giornalista, ma nel suo articolo manca una parte fondamentale: la soluzione!
Perché va bene lamentarsi ma poi? E, del resto la storia di Patrizia non finisce lì. Già perché questa storia mi ha talmente colpito che ho voluto saperne di più.
Quando ho letto l’articolo di Covatta la mia prima reazione è stata: ma possibile che con un master in business strategy questa persona abbia commesso l’errore strategico di inviare tutti quei cv? 8000? Forse era il caso fermarsi a quota 800, meglio ancora a quota 80 per riflettere sui motivi di quello scarso ritorno. Certo è apprezzabile la tenacia, ma perché spendere tante energie con un approccio simile a quello del classico tipo che ci prova con tutte, pensando: “Tanto prima o poi una che me la dà (ops si può dire qui?) la trovo”.

Ebbene, questa logica nella ricerca di un lavoro non paga.

Non solo comporta un dispendio di energie notevole a fronte di un ritorno (nel business è il ROI ovvero ritorno d’investimento) decisamente deludente, ma contiene in sé il rischio di capitare nel posto sbagliato o di ricevere una proposta sottoqualificata come è accaduto a Patrizia.
Di nuovo il marketing ci viene in aiuto ( già se non si era capito sono un po’ fissata con il marketing). Dinanzi alla saturazione di messaggi, gli esperti di comunicazione che fanno?
Si danno al marketing one to one, creano occasioni per far leva su due bisogni fondamentali della gente: il bisogno di importanza e quello di varietà.
Questo funziona! La parola d’ordine è ENGAGEMENT!
La gente compra (ma possiamo anche dire: ti offre un lavoro) solo se viene coinvolta emotivamente!
A questo punto qualcuno sbotterà: “Ma insomma cosa ci si deve inventare per trovare un lavoro oggi? Non posso mica rivolgermi ad una società di comunicazione!
No, ma è opportuno che ti trasformi nel responsabile marketing di te stesso e sarai tanto più bravo quanto dimostrerai di possedere queste doti:
- acutezza sensoriale (ovvero “rizza le antenne per capire cosa cercano veramente le aziende!),
- creatività (a volte oggi il lavoro non si cerca, si inventa)
- flessibilità (da intendere non come “Stringo i denti e mi adatto” ma come “Evviva! Ecco un’opportunità per cambiare e crescere!”),
e dulcis in fundo…
- strategia! (E qui apro un piccolo spazio pubblicitario: io tengo un corso di selfmarketing dove si parla proprio di questo ;-) )
E tu come sei messo? Ti invito a stendere la tua pagella personale.
Dai un voto a te stesso da 1 a 10 per ciascuna delle caratteristiche sopraelencate.
E ancora: da 1 a 10 quanto sai coinvolgere emotivamente attraverso il tuo cv ed una lettera di presentazione? Scommetto che il voto più basso è proprio qui. ;-)
A proposito, vuoi sapere come continua la storia di Patrizia?
Visita il suo blog e lo scoprirai!

Oggi sposi!

Author: claudio
07 7th, 2007
07 5th, 2007

Si avvicina la data del mio matrimonio: da alcuni giorni mi sto dedicando a tempo pieno agli ultimi dettagli da definire per il gran giorno.
Se penso a quali emozioni mi hanno accompagnato dal momento in cui abbiamo preso la fatidica decisione, mi vengono in mente prima di tutto gioia e felicità e poi, via via, l’eccitazione dell’attesa che spesso precede gli eventi importanti.
Eppure, in maniera direttamente proporzionale all’avvicinarsi del matrimonio, c’è una domanda che mi viene posta in modo sempre più insistente dalle persone con cui parlo: “Allora, sei preoccupato?
Inizialmente non le ho dato molto peso, semplicemente rispondevo di no.
Poi la frequenza della domanda è aumentata. Sempre più persone e sempre più spesso si interessano del mio livello di preoccupazione o ansia.
Lo stesso succede alla futura sposa quasi tutte le volte che si parla del matrimonio. Il contenuto della domanda è sempre lo stesso, anche se a volte cambia la forma; a Paola, ad esempio, hanno chiesto: “Sei preoccupata, stressata, oppure in ansia?”, come se almeno uno di questi tre stati fosse inevitabile!

Ho fatto un rapido sondaggio tra gli amici (altre 3 coppie si sposano lo stesso mese) e pare che questo interesse per la preoccupazione dei futuri sposi sia generalizzato.
Ammetto che, a furia di sentirmi chiedere se fossi preoccupato, ad un certo punto ho pensato io stesso “Perché, dovrei? Forse sì… se tutti me lo chiedono ci sarà qualcosa di cui preoccuparsi”.

E invece no!!! Ovviamente! E conosco benissimo questi meccanismi; eppure è inevitabile: qualsiasi domanda posta con la dovuta insistenza ottiene, prima o poi, una risposta o genera almeno un dubbio.

Spesso, durante i miei corsi, dedico del tempo per spiegare come il nostro dialogo interno e le domande che ci facciamo orientino il nostro focus mentale e, di conseguenza, gli stati d’animo che proviamo (ad esempio, se mi faccio domande del tipo: “Perché sono così sfigato?”, nel momento in cui comincio a rispondermi il morale va sotto le scarpe).

A volte, a quanto pare, la minaccia maggiore è esterna: le domande mal poste delle persone che ci circondano!
Intendiamoci: non credo che venga fatto in mala fede o con cattiveria; sicuramente non con l’obiettivo di indurre uno stato di preoccupazione. Nel chiedere se sono preoccupato semplicemente si vuole manifestare interesse e partecipazione per un evento così importante, purtroppo si ottiene un effetto collaterale non di poco conto!!!

Però mi chiedo, a questo punto, quali sono le domande che ci rivolgono quotidianamente le persone che frequentiamo? Quale stato d’animo ci suggeriscono? E, soprattutto, in che modo rispondiamo noi a queste domande?

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