Se anche tu ricevi parecchie mail al giorno ti sarà capitato qualche volta di andarne a cercare qualcuna importante annegata in mezzo a messaggi più o meno rilevanti.
Spesso l’email che cerchi è proprio lì, ma è difficile trovarla in mezzo a tutte le altre.
In teoria la capacità di contenere e-mail è limitata, almeno per il computer.
La capacità di immagazzinare informazioni della tua memoria, invece, è pressoché illimitata.
E’ invece limitatissima la capacità della nostra memoria operativa, quella ci permette di tenere in mente più cose contemporaneamente (solitamente 3 o 4 al massimo).
In realtà il funzionamento di questa parte della nostra memoria è soggettivo e può variare da persona a persona. Le differenti capacità della memoria operativa si traducono poi in diverse abilità nell’affrontare ragionamenti astratti, calcoli matematici e problem solving.
Ma per quale motivo la memoria operativa è così “limitata”? e come mai varia da persona a persona?
Esistono due spiegazioni principali.
Una prima teoria vuole che la nostra memoria operativa abbia a disposizione uno spazio limitato, esattamente come la memoria disponibile in un hard disk.
Una seconda interpretazione pone invence l’attenzione non tanto sullo spazio fisico disponibile quanto sulla capacità di organizzare le informazioni, filtrando quelle meno importanti a vantaggio di quelle di maggior interesse e rilievo. La maggior intellegenza di alcune persone sarebbe quindi dovuta ad una loro capacità di tenere fuori dalla testa le informazioni irrilevanti; un po’ come un buon filtro antispam tiene lontani della nostra posta le junk mail.
Posso attivare il filtro antispam della mia mente?
Esistono una paio di accorgimenti (più uno) per sfruttare appieno la naturale capacità della nostra mente di selezionare le informazioni rilevanti trascurando quelle meno importanti.
read comments (0)Recentemente ho partecipato alla conversazione tra un funzionario di una banca dove tengo alcuni corsi e un giovane impiegato dello stesso istituto.
Il dirigente ad un certo punto se ne esce con una frase tipo “30 anni di carriera direttiva mi hanno rovinato il cuore. Ho 5 bypass e sono tutti dovuti al mio lavoro”
poi, con incredibile tempismo, si rivolge al giovane impiegato e aggiunge “e tu cosa aspetti a fare carriera?”
Potete immaginarvi l’imbarazzo (o era vera paura?) dell’impiegato nel rispondere che preferiva lasciare queste cose ad altri.
E ci mancherebbe! Chi pagherebbe un prezzo di 5 bypass per una carriera?
Probabilmente qualcuno disposto a mettere la propria salute in gioco per salire qualche gradino dell’arrampicata verso gli alti vertici c’è.
Ma il punto qui è un altro.
Il giovane impiegato, e forse anche qualche lettore, ha risposto all’interno di un presupposto falso (non necessariamente vero) e limitante.
L’intera conversazione ha senso solo all’interno della logica stretta e vincolante della vecchia dicotomia “o un lavoro che mi piace o i soldi e la carriera”.
Quando subordiniamo il raggiungimento di un obiettivo (o di un sogno) a condizioni limitanti e/o negative (ad esempio tutti i sacrifici necessari per ottenere un certo guadagno, o una determinate forma fisica) ci immaginiamo una strada molto disagevole e disincentivante tra noi e ciò che vogliamo raggiungere.
A questo punto ci sarà chi decide ugualmente di affrontare l’impresa e chi ritiene troppo alto il prezzo da pagare.
Peccato che a volte il prezzo lo fissiamo direttamente noi, ma è del tutto irragionevole e sovrastimato.
Tornando all’esempio iniziale e mantenendo i presupposti dettati dall’anziano dirigente.
Il povero impiegato ha solo due scelte: rimanere a fare il suo lavoro in splendida forma fisica oppure puntare a posizioni di maggiore responsabilità a rischio di compromettere la propria salute.
E se invece non fosse così? Se potesse fare carriera e godersi talmente tanto il processo da guadagnarne anche in salute?
Può capitare a tutti di sabotarsi in questo modo, rinunciando a mete raggiungibili perchè spaventati da condizioni necessarie, inevitabili e sopratutto molto poco allettanti. Eppure si tratta spesso solo di autosabotaggi che possiamo ridimensionare con alcune domande:
- come posso ottenere ugualmente il risultato “x” in modo divertente/facile/ecologico?
- quanto tempo ho realmente a disposizione?
- quali risorse ho già e quali posso acquisire per ottenere ciò che voglio in modo divertente/facile/ecologico ecc. ecc.?
Ipotizziamo che tu abbia dei collaboratori… (o dei familiari/amici/conoscenti ecc. ecc.)
Immagina di voler ottenere qualcosa da loro, magari vuoi che siano più produttivi mentre lavorano, oppure desideri che arrivino puntuali alle riunioni, oppure ancora vorresti che fossero completamente sinceri e trasparenti nei tuoi confronti.
Adesso immagina di non poter parlare con loro, non puoi nemmeno scrivere, borbottare, fare allusioni o lanciare occhiatacce
cosa ti resta?
Il tuo comportamento.
Tutto quello che puoi fare per ottenere da loro un comportamento diverso è adottarlo tu stesso; mostrarlo, mantenerlo nel tempo e quindi pretenderlo.
Vuoi collaboratori più efficaci? Diventa più efficace!
Pretendi la puntualità? Sii sempre puntuale!
Apprezzi la sincerità? Va da loro racconta qualcosa di te, qualcosa di personale.
Quando le cose non vanno come vorremmo si sprecano energie in lamentele alla macchina del caffè; i comportamenti altrui diventano alibì per giustificare i propri peccatucci; fiumi di parole vengono, scritte, urlate, masticate o sibilate per ottenere comportamenti differenti.
Eppure nulla vale quanto una coerente, palese ed evidente dimostrazione di ciò che vuoi ottenere. Hai a disposizione uno tra gli strumenti educativi più efficaci: il tuo comportamento.
Le persone si educano; puoi ottenere risposte (verbali, emozionali, comportamentali) diverse da chi ti sta attorno.
Decidi cosa vuoi ottenere e inizia a comportarti tu in quel modo.
Se vuoi essere efficace “esempio” e “coerenza” devono diventare le tue parole chiave; poi il resto vien da sé: ciascuno di noi tende a stare con le persone che stima/apprezza e, in un modo o nell’altro, ad imitarne i comportamenti (e poi le convinzioni, i valori ecc. ecc.).
Quindi, la prossima volta che vuoi ottenere qualcosa da qualcuno parti subito da ciò che funziona prima: il tuo comportamento.
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Sembra un po’ la scoperta dell’acqua calda, ma è di oggi la notizia (o sarà più una conferma?) che quando corriamo per un periodo di tempo abbastanza lungo il cervello genera endorfine con conseguenza dirette sul nostro umore.
La novità è nella ricerca effettuata: “i ricercatori dell’universita’ di Monaco e di quella di Bonn hanno ‘fotografato’ il cervello di dieci atleti professionisti prima e dopo due ore di corsa con la tomografia ad emissione di positroni (Pet)” e hanno rilevato quali aree del cervello sono interessate dalla produzione di endorfine. In pratica il sospetto c’era, ma è la prima volta che viene dimostrato sperimentalmente.
L’euforia prodotta dalla corsa ha persino un proprio nome specifico, viene infatti definita “runners high“.
La speranza dei ricercatori è anche quella di poter dare qualche motivazioni in più ai pigri cronici, sempre restii a muoversi.
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Oggi pubblico volentieri l’iniziativa di Cristina che mi ha mandato del materiale interessante.
Cristina lavora presso un’agenzia formativa toscana, Lvingston, dove sto tenendo un Best Year Yet.
Tra i numerosi corsi che propongo, da quelli più tecnico-professionali fino ai corsi di fumetto o quelli di cucina, Cristina ha ideato e organizzato 4 incontri rivolti a chi ha un cane (o anche due, tre…) e vuole saperne di più sul nostro miglior amico.
In breve i contenuti degli incontri:
CANE CHE GIOCA
Il gioco costituisce un modo ludico di liberare energia e mantenersi in forma, uno strumento per esprimersi, sperimentare le proprie capacità, manifestare comportamenti innati.
Il gioco è’ anche molto di più! E’ uno strumento fondamentale per stabilire una legame unico tra l’uomo e il cane.
Esso costituisce un modo per sperimentare modalità relazionali e per definire le regole del branco, per individuare la propria posizione all’interno di esso: capire cioè qual è il proprio ruolo, la propria posizione gerarchica.
CANE CHE PARLA
Il cane comunica in una varietà di forme: per comunicare utilizza i movimenti del corpo (occhi, orecchi, bocca, testa, coda,…), gli odori (il cane vive in un mondo di odori per noi inimmaginabile) e le vocalizzazioni. A sua volta cerca il significato della nostra comunicazione nel tono della nostra voce, nelle espressioni, nei movimenti, negli odori che inconsapevolmente emettiamo. Sapere come il cane comunica, come si comunica con il cane è fondamentale per instaurare una relazione di fiducia e di rispetto reciproci.
CANE CHE ABBAIA NON MORDE…
E’ da mesi che sono sempre più incuriosito dall’uso delle voce, come potenziarla e valorizzarla.
Ero anche già pronto ad iniziare un breve percorso con una vocal trainer a Vicenza (sembrava tanto comodo averla “in casa” ma alla fine non ci siamo mai stati entrambi contemporaneamente).
Poi ho scoperto che Pier aveva organizzato un webinar con uno speaker professionista, Marco De Domenico: “fantastico! finalmente riuscirò ad approfondire questo argomento” ho pensato.
Mi sono segnato in agenda orario e data del webinar, mi sono chiuso in una stanza davanti al mio portatile, ho persino ordinato la cena in camera per non fare tardi all’appuntamento e quando tutto sembrava pronto… mi sono giocato il corso a causa di un problema tecnico
Fortunatamente il giorno dopo, cioè oggi, c’è già online la registrazione audio dell’evento.
Molto molto interessante, come previsto.
Marco risponde puntuale alle domande di Pier e dei corsisti; suggerisce esercizi di respirazione, cibi e bevande pro-voce (e quelli non adatti), matite, sputacchi, voce per vendere, uso del diaframma ecc. ecc.
Vi segnalo quindi i siti:
www.miglioralavoce.com e www.usalavoce.it
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Il libro del Rebirthing L’arte del respiro consapevole Leonard Orr - Konrad Halbig |